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Sognare in Salento

Sognare in Salento nasce dalla volontà di promuovere il salento e di f...

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Celebrazioni religiose (28)

Mercoledì 11 Gennaio 2017 21:16

Beatae Agathae dicatum

Scritto da Francky

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Amart è tornata e vi propone una #visitaguidatatutta speciale, dove #luci#suoni e #incursioniteatrali porteranno i #partecipanti a conoscere gli aspetti maggiormente belli e intriganti della più importante tra le #Chiese di Gallipoli.

L'evento, organizzato e promosso dall'Associazione Culturale "Amart", è realizzato grazie ad un rapporto di collaborazione con l'Associazione Teatrale e di Spettacolo "I Ragazzi di Via Malinconico" e la #Parrocchia della #Cattedrale e segna una delle tappe della Novena di preparazione alla Solennità di Sant'Agata.

La partecipazione all'evento è gratuita. 
Per informazioni: 3245574619 - 3460403312 - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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Sabato 12 Marzo 2016 08:36

Periodo Quaresimale

Scritto da Francky
periodo quaresimale
Il tempo forte della quaresima scandisce annualmente un tempo liturgico della durata di quaranta giorni; ha inizio il mercoledì delle ceneri e termina con la solennità della domenica delle palme, denominata anche domenica di passione, nella vigilia cioè dell’ebdomada maior, la settimana più intensa e importante dell’intero anno liturgico, in quanto in questa settimana la Chiesa celebra il memoriale della passione e morte di Gesù che culminerà poi nella celebrazione solenne della Santa Pasqua. La quaresima è un tempo in cui ogni credente è invitato a riflettere sul proprio stile di vita, non sempre in linea con gli insegnamenti evangelici, e di conseguenza è chiamato alla conversione del cuore, con l’ausilio della preghiera e delle opere di misericordia.

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Ceneri/Caremma

Gallipoli nella giornata del martedì grasso, cioè durante l'ultimo giorno di carnevale, si vestiva a festa!! le stradine del centro storico venivano prese d'assalto da cortei di maschere che, con le loro burle e la loro allegria, facevano ridere a crepapelle grandi e piccini; di tanto in tanto i vari cortei facevano una sosta in qualche caffè per gustare un buon bicchiere di rosolio accompagnato dai "cacai", confetti tipici del periodo di carnevale, mentre nel teatro Garibaldi si svolgeva il veglione in maschera. Questi balli frenetici e questa baldoria continuava incessantemente fino all'approssimarsi della mezzanotte, quando il campanone dell'antico convento dei francescani faceva sentire i suoi rintocchi, ricordando a tutti che il periodo dei bagordi era ormai finito e il re carnevale doveva lasciare il passo alle meste giornate quaresimali, scandite dalla pratica del digiuno, dall'ascolto della Parola di Dio e dalla conversione dei cuori.

Il Mercoledì delle ceneri, quindi, rappresentava la fine del periodo carnevalesco e l'inizio di un periodo di riflessione e di crescita spirituale; tutti i fedeli, in questo giorno, gremivano i vari oratori confraternali o le varie chiese parrocchiali dove dal sacerdote, in veste violacea, ricevevano sul capo le ceneri, in segno di penitenza e conversione dai peccati.

Con questa simbologia la Chiesa voleva ricordare ai credenti la nostra fragilità umana, in quanto l'uomo è una creatura fragile e debole, protesa verso il peccato e la morte corporale e quindi bisognosa della misericordia di Dio, da chiedere incessantemente con la conversione e le opere di misericordia.

Intanto fra i vari crocicchi facevano la loro comparsa le Caremme.

La caremma era, e in verità lo è ancora, un fantoccio rappresentante una vecchia becera e vestita di nero, che recava in mano un'arancia in cui vi erano conficcate sette penne del cappone mangiato il giorno di Natale; ad ogni domenica di quaresima veniva tolta una penna, in quanto rappresentavano le sette settimane che scandivano il tempo quaresimale, fino al giorno solenne di Pasqua, quando a mezzogiorno in punto la Caremma veniva bruciata e tutti si scambiavano gli auguri. La Caremma, come è facile intuire, impersonificava la quaresima, con le sue contrizioni e le sue penitenze, in uno scenario colmo di fantasia popolare che rendeva ricco di sgnificati religiosi ma anche profani ogni periodo dell'anno. Mi auguro, infine, che il veloce incedere del consumismo non stravolga queste semplici tradizioni che ancora vivono nel cuore di ogni gallipolino.

a cura di Cosimo Spinola

Sindone/5 Piaghe

La Sacra Sindone viene esposta, all’adorazione dei fedeli, tutti i venerdì di Quaresima sull’altare della Basilica Cattedrale di Sant’Agata. Questa preziosa reliquia fu donata alla nostra comunità dal Vescovo Sebastiano Quintiero Ortiz, che guidò la diocesi gallipolina a partire dal 1585. La nostra sindone è la copia esatta del sacro lenzuolo custodito nel duomo di Torino, riproduzione avvenuta tramite contatto con l’originale. Dalle impronte impresse sul sudario possiamo scorgere le tracce delle ferite riportate da Gesù durante la sua dolorosa passione, dando così un’ ulteriore conferma a quanto riportato dai Vangeli. La Sindone di Gallipoli ha una misura in lunghezza di metri 4,10 e in larghezza di metri 1,4, mentre l’impronta del sacro corpo del nostro Redentore è di metri 1,78. Il sudario è di un colore grigio – giallastro e, osservando attentamente la reliquia, possiamo scorgere le tracce dell’incendio subito dall’originale nel 1532 a Chambery.

a cura di Cosimo Spinola

La Confraternita di Maria S.S. Immacolata, ab immemorabili, durante i primi cinque venerdì di quaresima, ricorda e commemora la passione di Cristo attraverso la Pia Pratica delle Cinque Piaghe. Questo pio esercizio, di fede e devozione verso la dolorosa passione del Signore, consiste nella contemplazione delle cinque piaghe, margherite preziose di carità, inferte a Gesù Cristo: il costato, la mano destra e la mano sinistra, il piede destro e il piede sinistro.

Durante la contemplazione e la profonda adorazione di ogni piaga, dal fondo della chiesa tre confratelli in ginocchio, il primo caricandosi una pesante mazzara (due grosse pietre legate ben strette con una grossa fune), uno la croce e l’altro la tisciplina (lamine in ferro intrecciate con cui i penitenti si flagellano specie durante i riti della settimana santa), attraversano tutto il corridoio sino ai piedi dell’altare dove a terra vi è posto un Crocifisso che verrà baciato ed adorato da ciascun confratello. Subito dopo un  altro confratello spegne una delle cinque candele poste su un grande candelabro sull’Altare; tutto ciò si ripete per cinque volte, una per ogni piaga contemplata. La cerimonia si conclude con un canto penitenziale tipico del periodo quaresimale.

a cura di Cosimo Spinola

Le Domeniche

I Piatti di grano in quaresima

Sin dalle prime settimane di quaresima, i fedeli son soliti deporre dei semi di grano su uno strato di ovatta o bambagia bagnata in varie ciotole di terracotta, per poi tenerli rigorosamente al buio, innaffiandoli di tanto in tanto. Con il passare delle settimane il grano comincerà gradualmente a crescere e a germogliare, assumendo un colore giallo dorato, dovuto proprio alla mancanza di luce. In seguito, nella mattinata del Giovedì Santo, le coppe di grano verranno decorate, dalle nostre donne, con alcune fresie e della carta crespa e portate in Chiesa ad adornare l’altare della Reposizione. La simbologia di questa antica consuetudine, che resiste al veloce fluire del tempo, è da ricercare nella famosissima parabola di Gesù, riportata dall’apostolo Giovanni nel suo Vangelo: “Se il grano di frumento, caduto per terra, non muore, resta solo. Ma se muore, porta molto frutto…” Gv 12,24. Il grano di frumento è lo stesso Gesù, il quale, mediante la sofferenza e la morte di croce, riuscirà a redimere e salvare l’intera umanità facendola rinascere a nuova vita. Ecco quindi, come una semplice tradizione ci riporti al cuore del progetto di salvezza del nostro Dio, che non ha esitato a consegnare il Figlio nelle mani dei pagani, per essere umiliato, deriso ed ucciso sul nudo legno della croce, pur di riconciliare a sé il mondo.

a cura di Cosimo Spinola


Le Uci

Prima della riforma liturgica imposta dal Concilio Vaticano II, l’attuale quarta domenica di quaresima veniva denominata, nell’ambito della religiosità popolare, la Dumenaca te le Uci o te L’Anime. Questa era una giornata particolare in quanto la liturgia era solita ricordare, con apposite preghiere e celebrazioni liturgiche, le anime del purgatorio. Al tramonto, i fedeli gremivano le panche della cattedrale in attesa del sermone del Padre Predicatore: questi solitamente era un religioso, inviato dal Vescovo locale, con il compito di evangelizzare, durante tutto l’arco della quaresima, i fedeli della nostra comunità ecclesiale. Dunque il quaresimalista, dopo la lettura dei brani della Sacra Scrittura, saliva sul pulpito e teneva un’ omelia sul significato teologico della morte e sulle pene che le anime purganti dovevano patire in attesa di essere purificate dalla misericordia di Dio,grazie alle preghiere di intercessione dei viventi. Dopo il sermone, il sacerdote indossava il piviale nero e benediceva il Catafalco (“tomba” in legno, in uso specialmente nelle chiese confraternali, dove solitamente venivano ospitati i feretri dei confratelli defunti durante la celebrazione del loro funerale). Subito dopo, senza essere visti dall’assemblea, un piccolo coro di fanciulli prendeva posto all’interno di questo Tumulo ed intonavano il canto funebre "Libera me Domine", facendo riecheggiare in questo modo, nella mente dei presenti, le suppliche delle anime defunte che imploravano dai vivi preghiere di intercessione per la loro salvezza. Questa consuetudine religiosa fu abolita già dalla Riforma dei canti liturgici di Pio X.

a cura di Cosimo Spinola


Le Cruci

L’attuale quinta domenica di quaresima anticamente era denominata “te le cruci cuperte”, in quanto vi era la consuetudine di coprire i crocifissi, esposti nelle varie chiese, con un panno violaceo. Le croci rimanevano velate fino all’azione liturgica dell’ora nona del Venerdì Santo, quando, durante la toccante liturgia, il sacerdote toglieva il velo e invitava i fedeli ad adorare la S.S. Croce di Cristo, strumento di salvezza e di rinascita per l’intera umanità. Oggi questa consuetudine religiosa non è del tutto scomparsa ma ancora sopravvive, specie nei piccoli centri, dove ancora si respira la genuinità e la semplicità della pietà popolare.

a cura di Cosimo Spinola


Addolorata

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Il Venerdì dell'Addolorata

“ …Gesù, dunque, vista la madre e presso di lei il discepolo che amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio! Quindi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quell’ora il discepolo la prese in casa sua..” Gv 19, 26,27

Nella nostra città, ab immemorabili la festività della memoria liturgica dei dolori di Maria S.S. ricorre il venerdì antecedente la Domenica delle Palme con la processione “Te La Matonna 'Ndulurata”. Questa giornata così ricca di fede e di tradizione, particolarmente attesa da tutto il popolo gallipolino, è preceduta dal solenne settenario in Cattedrale, celebrato dallo stesso parroco della nostra Basilica (una volta veniva appositamente chiamato un Padre Predicatore), dove durante la celebrazione eucaristica lo stesso parroco rivolge, all’assemblea dei fedeli, delle profonde riflessioni sul mistero dei dolori di Maria ai piedi della croce. Nel giorno della solenne festività, poi, sin dalle prime ore del mattino via Fontò è gremita di fedeli, in trepida attesa, che partecipano alle varie Sante Messe che si susseguono per tutto l’arco della mattinata. A mezzogiorno in punto ecco apparire, dall’antico portale della Chiesa dei calzolai, il Gonfalone della Confraternita di Maria SS. del Monte Carmelo e della Misericordia, seguito da un sacerdote che reca in mano la croce dei misteri, simbolo della passione di Cristo, poi in coppia incedono lentamente i confratelli della Misericordia, con il loro abito di rito di color nero, seguiti dal Vescovo e da tutto il clero della nostra città. Subito dopo, il religioso silenzio viene interrotto dalle prime note del rullio di tamburi della marcia funebre “La Frottola”, di Francesco Luigi Bianco, che introducono l’uscita del simulacro della Vergine dal volto impietrito dal dolore; si susseguono attimi di profondo pathos e di intenso raccoglimento interiore, mentre la processione lentamente attraversa gli angusti crocicchi della città vecchia dirigendosi verso la Cattedrale dove, una volta giunti, il Vescovo diocesano celebrerà l’eucaristia. Al termine della celebrazione vi è l’esecuzione da parte di un orchestra sinfonica, ad anni alterni, di un Oratorio sacro: "Frottola" o lo "Stabat Mater", vere e proprie perle musicali composte e donate alla confraternita da valenti musicisti locali sul finire dell’ottocento. Negli ultimi decenni tre sono le Frottole che si alternano allo Stabat Mater: L'han confitto; Ahi sventura; Una turba di gente, opere musicali composte dal M° Francesco Luigi Bianco (1859-1920). Tali composizioni sono sempre precedute da uno dei vari preludi musicali conservati negli archivi del sodalizio, tra i quali ricordiamo quello del M° Gino Metti (1905-1982) e quello del M° Giorgio Zullino (1943-1979). Infine lo Stabat Mater, celebre preghiera del poeta medioevale Jacopone da Todi, è stato musicato per l’occasione dal concittadino Giovanni Monticchio. Finita l’esecuzione, la processione di Maria Addolorata riprende il suo lungo pellegrinaggio attraverso le vie della città nuova. La sera, mentre la processione rientra dal Borgo nuovo, i fedeli possono partecipare ad un altro momento significativo di questa lunga giornata; la processione infatti sosta sulle mura sovrastanti il porto mercantile, dove il sacerdote, dopo una breve omelia, impartisce con il Sacro Legno della Croce la benedizione ai fedeli e ai naviganti che dal mare traggono sostentamento, mentre le sirene dei navigli presenti emettono i loro suoni festosi in segno di giubilo. Subito dopo, la confraternita riprende il suo devoto peregrinare per le stradine del centro storico, facendo rientro nella Chiesa del Carmine intorno alla mezzanotte.

Confraternita di Maria S.S. del Monte Carmelo e della Misericordia.

Nata dalla fusione di due confraternite, quella della B. V. del Monte Carmelo e quella di Santa Maria della Misericordia, l’attuale sodalizio conserva ancora i due antichi abiti di rito: quello del Carmelo con saio, guanti e cingoli di color bianco, scapolare color marrone e la mozzetta color bianchiccio, mentre quello della Misericordia, è composto da saio, mozzetta e cingoli di color nero. In occasione della festività dei dolori di Maria, il venerdì antecedente la domenica delle Palme, i confratelli indossano l’abito della Misericordia.

Ceto sociale di appartenenza: artigiani e nobili.

a cura di Cosimo Spinola


Palme

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La domenica delle Palme

“La grande folla giunta per la festa, sentito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese rami di palma e gli andò incontro gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele! Gesù, trovato un asinello, gli sedette in groppa come sta scritto: Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo Re viene, seduto sopra una puledra d’asina…” Gv 12 12,15

La domenica precedente la solennità della Santa Pasqua, la Chiesa ricorda la memoria liturgica dell’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme, accolto da una folla esultante che lo acclamava definendolo il Messia, cioè il nuovo Re inviato da Dio, tanto atteso dal popolo, che avrebbe riportato la pace in Israele. Leggendo il versetto sopra, estrapolato dal Vangelo di Giovanni, notiamo che la folla andò incontro al Signore con dei rami di palma, ed è proprio in riferimento a questo particolare episodio che da sempre il popolo dei credenti ricorda questa giornata come la domenica “Te le Parme”. Inoltre questa festività liturgica dà inizio alla grande Settimana Santa; infatti la liturgia prevede non solo la lettura del passo del Vangelo riguardante l’entrata trionfale di Gesù nella città santa, ma anche l’ascolto del brano evangelico riguardante la Passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo, alternando di anno in anno i brani dei quattro Evangelisti. Nella città bella questa solennità è particolarmente sentita; sin dalle prime ore del mattino infatti una moltitudine di ragazzi, accompagnati dai genitori, affollano il bastione antistante l’antica chiesa dei Padri Riformati Francescani, dove alcuni volontari distribuiscono ai presenti dei rami d’ulivo, che verranno puntualmente benedetti dal Parroco. Subito dopo, al canto dell’Osanna, si dà inizio alla processione festante, di grandi e piccini, verso la Basilica Cattedrale, dove sarà celebrata l’Eucaristia con grande fede e intenso raccoglimento. Al termine della celebrazione i rami benedetti vengono portati nelle case ed esposti nelle camere da letto, solitamente attaccati al quadro sacro sovrastante il letto, in segno di pace. Infine, in occasione di questa solennità, alcuni gruppi parrocchiali o associazioni teatrali sono soliti organizzare, per le vie cittadine, una sacra rappresentazione teatrale, in costume dell’epoca, della Passione e Morte di Gesù, facendo così rivivere all’intera comunità cittadina il dramma della tragedia del Golgota.

a cura di Cosimo Spinola

Settimana Santa

Il Giovedì Santo

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“…Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi. Fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, alla fine della cena, prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è sparso per voi..” Lc 22 19,20.

Nel vespro del Giovedì Santo, la Chiesa Cattolica commemora l’istituzione dell’Eucaristia, sacramento mirabile d’amore istituito da Gesù durante la sua ultima cena. Istituendo la Santa Eucaristia, Gesù dona alla Chiesa nascente il sacramento della sua presenza perenne e del suo sacrificio nei segni del pane e del vino, per perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, affidando così alla sua Chiesa il memoriale della sua morte e resurrezione. È il sacramento dell’unità e della carità, attraverso il quale, nutrendoci del suo corpo e del suo sangue, avremo in dono la vita eterna. In questa serata, così suggestiva ed importante per tutto il mondo cristiano, la liturgia prevede la celebrazione della messa “ In Coena Domini”, durante la quale vengono ricordati e contemplati i momenti salienti della cena dell’amore, in modo particolare quello della lavanda dei piedi, quando cioè Gesù chinandosi a lavare i piedi dei discepoli insegnò loro la via dell’umiltà e del servizio verso i fratelli. Terminata la sacra funzione, mentre il sacerdote unitamente all’assemblea intona il canto eucaristico “Pange Lingua”, il Pane Eucaristico viene riposto nel Ciborio dell’Altare, adornato di fiori e drappi finemente ricamati, e lì vi rimarrà solennemente esposto fino alle ore 15 del giorno successivo, quando la comunità sarà chiamata nuovamente a radunarsi per ricordare e rinnovare il sacrificio del Calvario. Una volta conclusa la solenne celebrazione in Cattedrale, l’intera città di Gallipoli si riversa per i crocicchi del centro storico andando a visitare, nelle varie chiese e oratori confraternali, gli Altari della Reposizione per adorare Gesù sacramentato. Inoltre girovagando per le tortuose stradine è facile imbattersi nel passaggio delle varie confraternite locali; Il loro arrivo è preannunciato dal suono lamentoso di una tromba, seguito dal tamburo mormorante e dallo stridio della troccola, suoni che riscaldono i cuori dei devoti, affascinati dal pathos suscitato loro dagli “incappucciati” che con passo lento e salmodiando si recano processionalmente nei vari oratori per un momento di adorazione a Gesù Eucaristia. Ogni sodalizio partecipa al pio pellegrinaggio con il proprio abito di rito e i propri simboli, con il cappuccio completamente abbassato sul volto in segno di umiltà e di anonimato, perpetuando così una tradizione secolare. I cortei processionali si interrompono solo ad ora tarda fino al mattino seguente, quando altre confraternite effettueranno il loro devoto pellegrinaggio per contemplare e adorare il Mistero Eucaristico.

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Confraternita di Maria S.S. del Monte Carmelo e della Misericordia.

La confraternita, durante il pio pellegrinaggio agli Altari della Reposizione, nella sera del Giovedì Santo, indossa l’antico abito della Misericordia completo di cappello e bordone da pellegrino, privilegio concesso al sodalizio con bolla vescovile del 28 marzo del 1772.

Ceto sociale di appartenenza: artigiani e nobili.


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Confraternita del S.S. Sacramento (Sacro Cuore)

I confratelli di questo sodalizio vestone sacco e guanti di color bianco, mentre il cingolo e la mozzetta sono di color rosso.

Ceto sociale di appartenenza: … .


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Confraternita S. Maria della Neve o Cassopo (Santu Patre)

Li “cassobbi”, come comunemente chiamati dal popolino, nel tempo ordinario indossano l’abito di rito dal cappuccio e saio di color azzurrino, cingolo, mozzetta e guanti di color rosso-granata, mentre nella sera del Giovedì Santo per antica concessione l’abito è integrato dal cappello e bordone da pellegrino.

Ceto sociale di appartenenza: fabbri ferrai.



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Confraternita Santa Maria del Rosario

L’abito di questa confraternita è molto simile a quello dell’ordine dei Padri Domenicani. I confratelli vestono perciò sacco, guanti e cappuccio di color avorio; inoltre anzichè il tradizionale cingolo, portano ai fianchi una lunga corona del Santo Rosario, mentre la mozzetta è di color nero con il classico bavero bianco attorno al collo tipico dell’ordine Domenicano.

Ceto sociale di appartenenza: sarti.



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Confraternita di San Giuseppe e della Buona Morte

Alle processioni i confratelli di questo sodalizio indossano saio, cappuccio e guanti di color bianco, cingolo viola e mozzetta gialla con orlatura violacea.

Ceto sociale di appartenenza: falegnami.




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Confraternita SS. Trinità e Anime del Purgatorio

Nella mattinata del Venerdì Santo i confratelli durante il tradizionale rito della visita ai “sepolcri” indossano l’abito di rito composto dal saio e cappuccio di color rosso, cingolo e mozzetta color cenere. Inoltre, per antica concessione, aggiungono all’abito il cappello e il bordone da pellegrino.

Ceto sociale di appartenenza: nobili.

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Confraternita dell’Immacolata

I confratelli di questa confraternita vestono sacco, cappuccio e guanti color marrone, cingolo di color bianco e mozzetta color celeste.

Ceto sociale di appartenenza: muratori.


a cura di Cosimo Spinola

Il Venerdì Santo

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“...All’ora nona, Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì, che si traduce: Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato? Allora alcuni dei presenti, uditolo, dicevano: Ecco invoca Elia. Un tale corse ad inzuppare una spugna di aceto, la pose su una canna e gli dava da bere, dicendo: Lasciate, vediamo se viene Elia a tirarlo giù. Ma Gesù, emesso un forte grido, spirò…” Mc 15 34, 37

All’ora nona del Venerdì Santo, la Chiesa Cattolica ricorda e commemora la passione e morte del Signore nostro Gesù Cristo. Infatti alle 15 in punto, anche se l’orario può essere posticipato di qualche ora essendo ciò permesso dall’autorità ecclesiastica, tutte le comunità parrocchiali si radunano per celebrare l’azione liturgica del Venerdì Santo. Questa celebrazione un tempo veniva denominata dai nostri antenati la Messa Sciarrata, in quanto in questa giornata la liturgia non prevede la consacrazione delle specie eucaristiche, ma vengono solitamente utilizzate, per la condivisione del Pane Eucaristico, le particole consacrate la sera del Giovedì Santo. L’azione liturgica raggiunge momenti di grande commozione e di profonda devozione quando il sacerdote, abbracciando la Santa Croce di Cristo, invita tutta l’assemblea dei fedeli a prostrarsi in profondo raccoglimento dinanzi ad essa, adorando le sacre piaghe del Signore, margherite preziose di carità, dalle quali noi tutti siamo stati guariti. Terminata la sacra funzione liturgica, una moltitudine immensa comincia ad affollare il Bastione di San Domenico, antistante la Chiesa del S.S. Crocefisso, in attesa dell’uscita della processione dei Misteri e della Tomba di Cristo morto (denominata dal popolo Urnia). Intorno alle ore 18.00 circa, ecco giungere finalmente il momento tanto atteso: le due porticine, dell’antica chiesa dei bottai, vengono aperte dagli organizzatori e il confratello troccolante, battendo la troccola, annuncia ai numerosi fedeli presenti l’uscita della processione. Quindi spuntano i quattro lampioni, stretti fra i guanti rossi degli incappucciati coronati di spine, seguiti dalla simbolica Croce dei misteri e dalle numerose coppie di confratelli della confraternita del S.S. Crocefisso che lentamente danno inizio al mesto pellegrinaggio. Essi indossano il saio rosso, simbolo della passione di Cristo, la mozzetta color turchese e il cappuccio completamente abbassato sul volto, trattenuto da simboliche corone di spine, privilegio questo concesso alla confraternita, sin dall’atto della sua fondazione, in quanto devoti ab immemorabili della Santa Passione di Cristo. Fra le numerose fila dei confratelli sono inserite le statue dei Sacri Misteri, che rappresentano i misteri dolorosi della Passione di Cristo: Gesù in preghiera nell’orto del Getsemani, Cristo flagellato alla colonna, Gesù coronato di spine, Cristo caricato della pesante croce, Gesù crocifisso sul monte Calvario, tutte opere di recente realizzazione, tranne il quinto mistero che è un’ opera in cartapesta risalente al ‘700. Inoltre fra le coppie di confratelli si notano alcune figure di penitenti: i crociferi, che a piedi scalzi portano in spalla una pesante croce e i flagellanti che si percuotono simbolicamente con la “tisciplina”. L’atmosfera è surreale, il sole ormai tende a scomparire all’orizzonte del nostro azzurro mare, quando improvvisamente si ode un rullio di tamburi,comincia ad essere eseguita la marcia funebre “Stefanelli” e dal vicolo antistante ecco apparire  l'Urnia, la tomba, il mistero cioè  della deposizione del Cristo dalla croce; un fremito avvolge il cuore dei presenti, nessun rumore, nessuna distrazione, ma solo tanta fede e tanto raccoglimento, mentre il volto dei nostri anziani,ripensando al martirio del Golgota, si vela di pianto. Subito dopo seguono i confratelli del sodalizio di S. Maria degli Angeli che, indossando il loro abito di rito di color bianco, accompagnano processionalmente il simulacro di Maria Addolorata, attorniato da numerosi fedeli che si apprestano a seguire il corteo processionale recitando preghiere, intervallate da canti penitenziali in onore della Vergine Santissima. La lunga processione “Te l’Urnia” attua una breve sosta in Cattedrale, alla presenza del Vescovo Diocesano; mentre le Statue dei Misteri avanzano lentamente lungo il corridoio della Basilica, ecco già apparire nei pressi dell’antico portale della Cattedrale la pesante Tomba, che sarà accolta in Chiesa dai fedeli con il canto Vexilla Regis”. Subito dopo varca il portone l’antica statua di Maria Addolorata, accolta dai fedeli con il canto dello “Stabat Mater”. Quindi la processione riprende il suo lento peregrinare per le strade della città nuova, per poi rientrare a notte fonda nel centro storico dove saranno attraversate le tortuose stradine “Te Tramuntana”, i crocicchi cioè che si trovano situati nella parte Nord della città vecchia. Intanto centinaia di fedeli si radunano in Via Antonietta De Pace per assistere alla “Saluta te la chiazza”: i confratelli si dispongono in tre per fila, le sacre statue dei Misteri vengono allineate l’una dietro l’altra e molto lentamente attraversano la civica piazza, nel silenzio più assoluto, mentre il concerto bandistico esegue L’inno “Cristo è morto”, di proprietà esclusiva della confraternita dei bottai. Il corteo processionale lentamente si dirige verso il Bastione di San Domenico, antistante le due chiese confraternali, dove il Parroco, dopo una breve omelia, impartisce la benedizione con la reliquia del Sacro Legno della Croce. Dopodichè, a processione ultimata, ai confratelli ed ai “caricatori” (devoti che hanno portato in spalla le pesanti statue) delle due confraternite vengono distribuite le tradizionali “Pagnotte” (panini conditi con tonno e capperi) per trascorrere insieme un momento di convivialità e rinfrancarsi dalla fatica sostenuta.

a cura di Cosimo Spinola

confr.crocefisso

Confraternita del S.S. Crocefisso

I confratelli nel tempo ordinario partecipano alle processioni indossando il saio, cappuccio e guanti di color rosso, cingolo blu e mozzetta celeste. Durante la processione del Venerdì Santo, per antico privilegio, il cappuccio è trattenuto da simboliche corone di spine.

Ceto sociale di appartenenza: bottai.



confr.angeli
Confraternita di S. Maria degli Angeli

I confratelli vestono sacco, cappuccio e guanti di color bianco, cingolo azzurro e mozzetta azzurra con orlatura dorata.

Ceto sociale di appartenenza: pescatori e giardinieri.




Confratelli

Statue Misteri

Urnia

Il Sabato Santo

sabatosanto

“ C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, uomo giusto e buono…Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in un sepolcro, scavato nella roccia, dove non era stato posto ancora nessuno. Era la vigilia di Pasqua, e già cominciava a sorgere il sabato..” Lc 23 50..54

Nella giornata del Sabato Santo, la Chiesa Cattolica commemora la deposizione del sacro corpo di Gesù nel sepolcro, in attesa della resurrezione; quindi la liturgia non prevede alcuna celebrazione   mentre i fedeli, nell’attesa della Veglia Pasquale, sono invitati a trascorrere le ore del Sabato nella preghiera e nella meditazione. Nella nostra bella Gallipoli, tradizione vuole che all’alba di questa giornata così particolare la confraternita di Maria S.S. della Purità organizzi la processione “ Te La Matonna te la Croce”. Sin dalle ore 3,00 del mattino, quindi, Largo della Purità è affollato di devoti che, nonostante l’ora scomoda, attendono con trepidazione l’uscita della processione; pochi minuti di attesa e finalmente si ode lo squillo lacerante della tromba, seguito dal cupo rullio del tamburo, alternato dallo stridìo della troccola, che rompendo il silenzio della notte preannunciano l’uscita del corteo processionale. Infatti ecco spuntare dal portale dell’antica sagrestia dell’oratorio dei Vastasi (termine che un tempo indicava la categoria professionale degli scaricatori del porto, a cui il sodalizio era associato) il Gonfalone della confraternita, seguito dalla simbolica croce dei misteri e da numerose coppie di confratelli dall’abito di rito color bianco e dalla mozzetta color giallo - paglierino. Mentre gli “incappucciati” cominciano il loro silenzioso peregrinare per le tortuose stradine, già appare alla vista dei fedeli la statua del Cristo Morto, adagiato in una tomba d’oro zecchino, portato in spalla dai Fratelli della Bara, a cui seguono altre coppie di confratelli. Mentre la processione si snoda lentamente, finalmente giunge il momento tanto atteso dai fedeli: dal portone della sagrestia appare il meraviglioso simulacro di Maria Desolata, dal volto intriso di profondo dolore. Una sincera commozione invade l’animo dei fedeli che, senza esitare, seguono devotamente il pellegrinaggio recitando salmi penitenziali e intonando canti in onore dei dolori di Maria. Al passaggio della processione non vi è abitazione che non spalanchi le proprie finestre, non vi è madre che, svegliando e abbracciando i suoi piccoli ,non inviti loro ad omaggiare la Vergine Santissima, mentre il pio pellegrinaggio, dopo una breve sosta nel monastero delle suore carmelitane, si dirige verso il Centro nuovo fino a raggiungere le zone periferiche della città. A giorno ormai inoltrato, la processione rientra fra le antiche mura della città, mentre una folla immensa attende, nei pressi della banchina del porto mercantile, l’approssimarsi della processione sulla cinta muraria. All’arrivo sul Bastione della Bombarda del pregevole simulacro di Maria Desolata, le sirene dei navigli omaggiano con il loro suono festoso la Vergine Santissima; subito dopo il sacerdote, dopo una breve omelia, impartisce la santa benedizione con la reliquia del sacro Legno della Croce ai marinai e a tutti i fedeli presenti, tra il giubilo e la contentezza generale. Dopo questo momento molto toccante e significativo, la confraternita riprende il suo lento pellegrinaggio fra i meandri del centro storico, ultimando così l’ultima parte della lunga processione che si concluderà nei pressi del piazzale antistante la Chiesa di Santa Maria della Purità, dove il simulacro del Cristo Morto si unirà a quello della Madre Dolente, in un abbraccio simbolico d’amore. Dopo la consueta benedizione del sacerdote, i simulacri molto lentamente rientrano in Chiesa mentre lo sguardo dei devoti, ancora assorto, fissa incessantemente quella Tomba dove vi è racchiuso il corpo del nostro Redentore, con la sicura speranza e l’assoluta certezza che ormai la morte ha le ore contate e molto presto la luce della resurrezione squarcerà le tenebre del peccato.

confr.purita

Confraternita di S. Maria della Purità

I confratelli di questo sodalizio vestono saccu, cappuccio e guanti di color bianco, mozzetta giallo paglierino con orlatura rossa e cingolo rosso.

Ceto sociale di appartenenza: scaricatori di porto (vastasi).


a cura di Cosimo Spinola

Pasqua

Pasqua di Resurrezione

pasqua

“…L’angelo disse alle donne: Non temete! So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto, come aveva detto. Orsù, osservate il luogo dove giaceva. E ora andate e dite ai suoi discepoli che egli è risorto dai morti e vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, ve l’ho detto. Esse subito lasciarono il sepolcro e, piene di gran timore e di grande gioia insieme, corsero a portare l’annuncio ai suoi discepoli..” Mt 28 5..8

Nel giorno della solennità della Santa Pasqua, La Chiesa celebra la risurrezione di Gesù dai morti, evento cardine che alimenta la fede e la speranza di ogni cristiano, in quanto con la sua resurrezione Gesù ha distrutto le catene della morte donandoci la vera vita. Il peccato è stato cancellato e gli uomini possono così rinascere a nuova vita, con la sicura speranza che Cristo non abbandonerà i suoi discepoli nel pianto e chi condivide la croce del Signore non potrà non partecipare anche alla sua gloriosa risurrezione. Sin dalle ore 23.00 del Sabato Santo, la comunità cristiana si raduna nelle varie parrocchie di appartenenza per partecipare ad una veglia di preghiera, che si concluderà intorno alla mezzanotte con lo scampanio delle campane che indicano la vittoria della luce sulle tenebre e l’imminente inizio della celebrazione liturgica, memoriale della Pasqua del Signore. Al termine della sacra funzione, i fedeli sono soliti scambiarsi gli auguri “Te BBona Pasca”, in un clima di grande contentezza e giubilo. Intanto per le vie della nostra città si vedono comparire gruppi di giovani, che con chitarre al seguito si recano nelle case di parenti ed amici per la raccolta delle uova, intonando antichi versi in rima che hanno come unico tema proprio le uova. Le allegre comitive sostano sull’uscio delle case visitate, intonando gli stornelli mediante i quali esorteranno, quasi insistentemente, gli amici o compari a svegliarsi e donare loro le uova, che saranno poi utilizzate per la preparazione te lu Spazzatu (impasto di uova, formaggio, pan grattato e spezzatino di agnello), piatto principe del pranzo pasquale. Generalmente in questo giorno festivo l’intero nucleo familiare è solito riunirsi per il pranzo, dove al termine del quale verranno distribuiti i Caddhuzzi (dolce pasquale dalla forma tipica del gallo) ai piccoli maschietti e le Pupe (dolce pasquale dalla forma di una bambola) alle femminucce.

Alcuni versi della raccolta delle uova:


- Cumpare Pici essi qua fore … … … … … ca si’ chiamatu te lu Signore.

- Nù te girare te l’addhu latu … … … … … ca Gesu Cristu è risuscitatu.

- Nù nde nde sciamu mancu ci chiove … … … … … ci nu’ nde tai ‘na cocchia t’ove.

- Na bona sera ‘na bona matina … … … … … nde tai love te la caddhina.

- Na bona sera ‘na bona Pasca … … … … … nde tai l’ove te la puddhascia.

- Nui sta’ banimu mo’ tappa tappa … … … … … ca imu struttu la sola te la scarpa.

- Nui sta’ banimu mo’ te l’Uscentu … … … … … ci nu’ su’ mille su’ cinquecentu.


Mentre qualcuno è ben lieto di esaudire la richiesta, qualcun’altro è stanco e preferirebbe non aprire, ma alla fine cede. Ce sempre però qualcuno che ancora non gradisce e getta le uova addosso ai divertiti gruppi di amici. Non manca poi qualche amico, che non si limita a donare le uova, ma invita la comitiva ad entrare in casa a mangiare o a bere qualcosa e a scambiarsi gli auguri.

Giovedì 09 Luglio 2015 14:41

Santa Cristina

Scritto da Francky

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Patruna di gallipoli perché ci salvo dalla peste e protettrice dei pescatori. Rappresenta la festività religiosa più importante della città. La strada principale di Gallipoli (Corso Roma) e alcune vie, vengono addobbate a festa con luminarie multicolore, nello spiazzale della Chiesa del Sacro Cuore (nel mezzo del Corso Roma) viene preparata la Cupola, composta da luminarie, che ospiterà il concerto bandistico; nel passeggio troviamo i vari venditori di prodotti e specialità gastronomiche salentine; nella zona nuova (dove ora si effettua il mercato del mercoledì) si trovano diversi venditori di ogni tipo. I festeggiamenti iniziano il 23, l’evento viene annunciato durante le prime ore della mattina con lo sparo di fuochi caricati a salve (le “Carcasse”). Nel pomeriggio si svolge la processione, la statua, uscita dalla Chiesa della Purità, viene imbarcata a bordo di un peschereccio, e trasportata a mare per la benedizione delle acque del porto, coinvolgendo tutti i pescatori di Gallipoli e successivamente portata a processione per le vie della città. Il 24 dopo il Concerto Bandistico intorno alla mezzanotte nel porto della città si può ammirare lo Spettacolo Pirotecnico.

santacristina cuccagnaamare1938Nel giorno della Santa (il 24 alle ore 17:30 presso il porticciolo del Canneto), vi è anche uno spettacolo molto divertente di antichissima tradizione gallipolina, la cuccagna a mare. Questo spettacolo, prima si svolgeva nel porto di gallipoli, ora invece nel pittoresco porticciolo del Canneto; la gente ogni anno che passa è sempre di più, ma i più fortunati a guardare sono quelli che salgono sulle barche. Il gioco consiste nel sistemare sulla banchina del porto un palo di legno parallelo al mare, posto con una inclinazione verso l’alto, ricoperto di grasso; sull’estremità è fissata una bandiera tricolore. A turno i partecipanti, con una adeguata rincorsa, cercano di riuscire ad arrivare sull’estremità per afferrare la bandiera, ma l’inclinazione e il grasso, che rende il palo molto scivoloso, rende la sfida assai difficile, infatti si vedono i partecipanti partire come esperti ma dopo qualche passo…ecco la scivolata con una bella capriola in mare. Numerosi sono i tentativi, come del resto anche le cadute, fortunatamente attenuate dal mare, ma col passare del tempo e soprattutto dei tentativi dei partecipanti, per lo più bagnati dalle cadute in acqua, rendono la sfida meno impegnativa e allora si vede arrivare sempre più vicini alla bandiera. Durante questi attimi la gente (dopo aver riso per le cadute a volte un po’ rovinose) incoraggia i partecipanti quasi come fosse una partita di pallone, e alla fine uno riesce a prendere la bandiera e appena uscito dall’acqua si mette in posa e riceve l’applauso di tutti mentre la banda suona e la festa va avanti. Si dice che in realtà il palo della cuccagna simula l’albero di bompresso (l’albero montato a prua delle antiche navi ed armato nell’imbarcazioni di fattura più moderna per le andature di traverso).

video:  https://www.youtube.com/watch?v=iG-e99UM6QY

Per ulteriori informazioni:

Benito Carrozza 347 7938023

Ufficio stampa: Gallipoli360 0833:262717

Lunedì 03 Febbraio 2014 18:34

Sant'Agata

Scritto da Francky
La città di Gallipoli sin dai tempi remoti, precisamente da quando furono ritrovate, fra le dune delle sue spiaggie, i resti mortali della sacra mammella, ha venerato Sant'Agata, morta martire nel terzo secolo in seguito alle persecuzioni del proconsole romano Quinziano,  come protettrice della città e della Chiesa locale in particolare; Il ritrovamento della sacra reliquia si perde nella notte dei tempi e la sua reale vicenda storica, come spesso accade,si interseca indissolubilmente con la leggenda popolare. Si narra infatti che l'8 agosto del 1126 sant'Agata apparve in sogno a una donna, che si era addormentata dopo aver lavato i panni nella spiaggia della Purità a Gallipoli, e avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra:era la mammella della Santa.La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo, che celermente giunse nella spiaggia insieme ad altri ecclesiastici.Il prelato recitò le litanie dei Santi fino a quando, pronunciato il nome della vergine Catanese, il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant'Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella Basilica Concattedrale di Sant'Agata, dal 1126 al 1389, fino a quando il principe Del Balzo Orsini,in seguito ad un atto furtivo, la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, nella quale la sacra reliquia è ancora oggi custodita. Nonostante l'illecito, perpetrato ai danni dei fedeli gallipolini,la città non ha mai dimenticato l'intenso amore e la grande devozione verso la giovane Agata, imitandola nella testimonianza incessante del Vangelo, vera fonte di vita eterna. Molti, infatti, sono stati i Vescovi che,nel corso dei secoli, hanno commissionato ,in onore della Santa Protettrice,a talentuosi artisti locali, vere opere d'arte: basti pensare alla meravigliosa Cattedrale,che sul finire del'600 fu intitolata alla giovane martire,oppure alle tele settecentesche di Giovanni Andrea Coppola, raffiguranti il martirio di Sant'Agata, che impreziosiscono ulteriormente la Cattedrale stessa. Inoltre non possiamo non ricordare sia il busto in argento della Santa,con profili in oro,  ancora oggi portato in processione la vigilia della sua ricorrenza liturgica, sia il "Tesoro di Sant'Agata",un insieme cioè di calici, reliquiari, suppellettili e vari oggetti preziosi custoditi gelosamente nelle stanze dell'attuale museo diocesano. Da non dimenticare infine i numerosi inni e canti liturgici,composti da valenti musicisti locali, che ancora oggi vengono eseguiti il giorno della sua memoria liturgica,cioè il cinque di Febbraio. Fra questi va ricordato il cosidetto "Stans", un' antifona in latino che, con una melodia struggente, 
ripercorre gli ultimi istanti della vita della Santa,chiusa in carcere, prima della sua uccisione.

a cura di Cosimo Spinola

4 Febbraio
            ore 17:30              S. Rosario
            ore 18:00              Canto dei Primi Vespri
            ore 18:30              S. Messa
            ore 19:30              Processione con i simulacri dei Santi Patroni

5 Febbraio
             ore 7:45               Celebrazione Eucaristica nella Chiesa di S. Teresa
ore 9:00 - 10:00 - 11:30      Celebrazione Eucaristica in Cattedrale
            ore 17:30              S. Rosario
            ore 18:00              Canto dei Secondi Vespri
            ore 18:30              Solenne Concelebrazione Eucaristica

Sabato 01 Febbraio 2014 16:46

Candelora

Scritto da Francky

Il due Febbraio la Chiesa Cattolica ricorda la memoria della festività liturgica della presentazione di Gesù al tempio, celebrata dalla Liturgia esattamente quaranta giorni dopo il Santo Natale.

Questa festività  ricorda l'usanza ebraica di presentare, ai sacerdoti del tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita, i figli maschi, mentre la madre, ritenuta impura a causa del parto, sempre in quell'occasione, tornava ad essere una donna purificata. Quindi anche la Santa Famiglia, rispettosa delle leggi e consuetudini ebraiche, si presentò al Tempio, ma in quell'occasione avvenne qualcosa di veramente straordinario: un vecchio anziano del tempio, di nome Simeone, uomo saggio e profondo conoscitore della Sacre Scritture, alla vista del neonato, riconobbe in lui il Messia, tanto atteso dal popolo d'Israele, lo definì "Luce Divina giunta per illuminare le genti" e prostratosi lo adorò. Questa memoria liturgica viene chiamata anche, nell'ambito della religiosità popolare, la festa della "candelora", per via dell'usanza di benedire le candele durante la celebrazione eucaristica.

Le candele,infatti,simboleggiano la luce e richiamano proprio le parole di Simeone, che proclamò il piccolo Gesù il Messia, l'inviato dal Padre proprio per essere "luce che illumina le genti", destinato a sconfiggere definitivamente le tenebre del peccato e della morte. Infine è doveroso ricordare che, sempre durante questa solennità, le famiglie gallipoline, almeno fino a qualche tempo fa,avevano la consuetudine, nell'intimo delle proprie case, di "Llavare lu Bambinieddru te lu Bbrasepiu", rispettando così antiche tradizioni e precisi riferimenti liturgici.

Purtroppo oggi, quest'usanza,pian piano sta scomparendo, il consumismo prevale sui riti sacri,tanto è vero che finita la baldoria commerciale natalizia,immediatamente lucette, alberi di Natale e statuine dei presepi vengono riposte nei scaffali, in barba alla sacralità delle ricorrenze religiose tramandate dai nostri avi.

a cura di Cosimo Spinola

Domenica 19 Gennaio 2014 09:25

San Sebastiano

Scritto da Francky

Sebastiano nasce intorno al 256 d.c a Milano, da una famiglia cristiana, che lo educa  all'esercizio del perdono e della carità, in piena confomità ai principi evangelici. Il nostro Santo intraprende molto presto la carriera militare, distinguendosi per  coraggio e senso di lealtà verso le istituzioni civili imperiali, tanto da essere trasferito a Roma, con la nomina di comandante della prima coorte della prima legione, a servizio dell'Imperatore Diocleziano.

Sebastiano, nonostante vivesse in un ambiente pagano,dove le abitudine e i riti dei Gentili erano la norma,non dimenticò mai la sua fede verso Cristo e la sua Parola, prodigandosi, senza sosta, nell'aiutare i cristiani perseguitati da Diocleziano.

Egli si distinse tanto, nell'esercizio della carità, da attirare le attenzioni dell'Imperatore, che venne così a conoscenza della sua fede verso il Dio dei cristiani; immediatamente Diocleziano ordinò a Sebastiano di rinnegare la sua fede ed aderire al culto pagano, ma il Santo non si fece intimidire e giurò fedeltà eterna a Gesù Cristo, in quanto solo nella sua Parola vi è la verità e la via che conduce  alla vita eterna.

Diocleziano sentendosi tradito, ordinò la condanna a morte dell'ufficiale romano, il quale, legato ad un palo, fu trafitto da numerose freccie; in seguito il suo corpo martoriato fu seppellito nelle catacombe che oggi vengono appunto dette "di San Sebastiano". La sua festa liturgica ricorre il 20 di Gennaio e , nella nostra città bella, la devozione verso questo Santo è stata da sempre molto sentita, tanto da essere consacrato, nei secoli scorsi, patrono della città e protettore in particolar modo del Comune e degli uffici pubblici, insieme alla vergine catanese Agata. Molto suggestiva, da vedere assolutamente, è la processione organizzata nella vigilia della sua festa, dove il Santo, protettore della polizia municipale, viene portato in processione per le vie della città vecchia, accompagnato da tutti i sodalizi confraternali della città. Da notare che la statua di San Sebastiano,un busto in argento con profili in oro,viene portato in processione accompagnato dalla statua,anch'essa in argento,di Sant'Agata ed è un emozione unica vedere le statue ,dei due santi patroni della città, per i meandri della città vecchia, tra preghiere e intenso raccoglimento da parte dei fedeli. Il giorno della festività, infine, vi è  in cattedrale il solenne pontificale celebrato dal Vescovo della nostra diocesi, dove al termine del quale, al canto del Te Deum, il Santo viene portato in spalla, lungo le due navate della Chiesa, da quattro vigili urbani, rispettando e perpetuando così un'antica tradizione.

a cura di Cosimo Spinola

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Giovedì 19 Gennaio - Basilica Concattedrale S. Agata

Ore 18:00 - Canto dei Primi Vespri;

Ore 18:30 - Celebrazione Eucaristica presieduta dal presidente del capitolo don Pippi Leopizzi.

Ore 19:30 - Dalla cattedrale di sant'Agata solenne processione per le vie del centro storico con i Simulacri dei Santi Protettori, Sebastiano ed Agata

Venerdì 20 Gennaio - Basilica Concattedrale S. Agata

Ore 18:00 - Canto dei Secondi Vespri;

Ore 18:30 - Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo.

Sabato 16 Gennaio 2016 14:44

Sant'Antonio Abate

Scritto da Francky

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Il 17 Gennaio pv la Chiesa ricorderà la memoria della festività liturgica di Sant'Antonio Abate, chiamato anche, dal popolo salentino, "Te lu focu" per via dell'usanza di accendere dei grossi falò (Focara) la sera della festa dedicata al Santo.

La devozione salentina verso il Santo eremita, risale alla notte dei tempi; basti pensare alla città di Novoli, dove Sant'Antonio è patrono, ma anche a Gallipoli il nostro santo, fondatore della spiritualità monastica, era molto venerato. Forse non tutti sanno che, fino a qualche secolo fa, vi era una chiesa, nei meandri del centro storico gallipolino, intitolata al santo degli animali, gestita dall'omonima confraternita di laici, che ne diffondeva il culto.

Inoltre, come accennato sopra, proprio la sera del diciassette di Gennaio vi era la consuetudine a Gallipoli di accendere dei grossi falò (focareddhre), preparati con le "sarcene", le quali fascine venivano sistemate con cura e meticolosità. Quest' usanza è molto antica, risale ad una credenza pagana, poi cristianizzata, che il fuoco fosse un elemento purificatore e che quindi attraverso il fuoco la comunità avesse la possibilità di purificarsi dal peccato, aprendosi a nuova vita.

In quest'occasione il centro storico di Gallipoli si trasformava!! sorgevano focareddhre in ogni crocicchio, la gente del vicinato si radunava intorno al falò più vicino, riscaldandosi dal rigore invernale, mentre allegre vecchiette intonavano canzoni popolari, al ritmo del tamburello, facendo ballare e ridere di gioia grandi e piccini; intanto per le stradine comparivano spontaneamente i primi gruppi mascherati che, con la loro allegria, rendevano più gioiosa la serata. Qualcuno si chiederà il perchè della presenza delle maschere intorno alle "focareddhre te Sant'Antoni"!! il tutto aveva un filo logico, in quanto proprio nella sera del diciassette di Gennaio si dava il via al carnevale, il periodo più gaio e spensierato dell'anno, fatto di festini privati e scherzi organizzati per le strade al passaggio delle maschere, che si sarebbe poi concluso la sera del martedì grasso, quando, allo scoccare della mezzanotte, il campanone dell'antico monastero francescano avrebbe annunziato a tutti l'approssimarsi delle meste giornate quaresimali. Poi, con il passare del tempo, purtroppo, le abitudini sociali sono cambiate, molti residenti del centro storico si sono trasferiti in altre zone e le focareddhre nel centro storico sono state vietate; infatti le istituzioni locali hanno dato il placet, ad un comitato apposito, di organizzare una sola focara, nel centro nuovo della città, ma, a malincuore, devo sottolineare che questa iniziativa non ha mai riscontrato successo, perchè, credo, sia stata troppo commercializzata e normativizzata, facendo perdere all'evento molta della sua spontaneità.

Oggi non si odono più le voci allegre delle maschere e le lingue di fuoco delle focareddhre, che illuminavano il cielo plumbeo di Gennaio, non riscaldano più i nostri anziani; di chi sarà la colpa? non so.. forse non è la sede più opportuna questa per parlarne, ma una cosa è certa!! quando un popolo permette, al fluire del tempo, di cancellare la propria memoria storica, andrà sicuramente incontro alla perdita della sua identità.

a cura di Cosimo Spinola

Venerdì 13 Dicembre 2013 09:25

Santa Lucia

Scritto da Francky

Sin dall’antichità si è diffusa in tutte le regioni una fervida devozione verso la giovane martire siracusana, attestata in numerose iscrizioni marmoree che testimoniano quanto già, sin dai primi secoli del cristianesimo, i primi cristiani tenessero in grande considerazione la testimonianza di Lucia e ne diffondessero il culto con grande fede. La tradizione cristiana, che da sempre si amalgama armoniosamente con la veridicità storica, narra di una giovane, orfana di padre, appartenente ad una ricca famiglia di Siracusa, che era stata promessa in sposa ad un pagano. La madre di Lucia, Eutichia, da anni ammalata, aveva speso ingenti somme per curarsi, ma nulla le era giovato. Fu così che Lucia ed Eutichia, unendosi ad un pellegrinaggio di siracusani al sepolcro di Agata, pregarono  Sant’ Agata affinché intercedesse per la guarigione della donna. Durante la preghiera Lucia si assopì e vide in sogno S. Agata che le diceva: Lucia, perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu per tua madre? Nella visione S. Agata le preannunciava anche il suo patronato sulla città di Siracusa. Ritornata a Siracusa e constatata la guarigione di Eutichia, Lucia comunicò alla madre la sua ferma decisione di consacrarsi a Cristo. Il pretendente, insospettito e preoccupato nel vedere la desiderata sposa vendere tutto il suo patrimonio per distribuirlo ai poveri, verificato il rifiuto di Lucia, la denunciò come cristiana. Lucia, a causa delle dure leggi persecutorie ancora in vigore emanate dall’imperatore Diocleziano, dovette subire un processo durante il quale la giovane Santa non rinnegò mai la sua fede, dimostrandosi anzi pronta a sacrificare anche la sua giovane vita per testimoniare il Vangelo, unica fonte di Verità e di salvezza eterna. Sottoposta ad ogni genere di torture ne uscì sempre illesa fino a quando venne decapitata. Privo di ogni fondamento, ed assente nelle molteplici narrazioni e tradizioni, almeno fino al secolo XV, è l'episodio di Lucia che si strappa gli occhi. L'emblema iconografico degli occhi sulla coppa, o sul piatto, è da ricollegarsi, semplicemente, con la devozione popolare che l'ha sempre invocata protettrice della vista a motivo del suo nome Lucia (da Lux, luce). Nella nostra Città Bella il culto verso la Santa  Siracusana è stato  da sempre curato dalla Confraternita di Santa  Maria del Monte Carmelo e della Misericordia che, con grande zelo e devozione,   ancora oggi  ne celebra la memoria liturgica. Nell’approssimarsi della sua festa infatti, che annualmente ricorre il 13 Dicembre, il Sodalizio celebra un triduo di preghiera in onore della Santa che si conclude il giorno della vigilia quando, dal piccolo oratorio dei calzolai, uscirà la processione con il simulacro della giovane Santa, accompagnato dal tradizionale suono della Pastorale gallipolina ; il giorno della sua memoria liturgica, poi, vi è la solenne celebrazione eucaristica che si conclude con il canto responsoriale finale del “ Si Sana cupis”, dedicato alla nostra Santa. Infine è doveroso ricordare come Santa Lucia, ormai da più di mezzo secolo, sia venerata anche nella Parrocchia di San Lazzaro, situata nella zona nuova di Gallipoli; la devozione al culto, in questa realtà parrocchiale, fu introdotta e tenacemente realizzata dal Parroco Don Cesario Aiello e prontamente proseguita dal nuovo parroco Don Santo Tricarico, chiamato alla guida di questa comunità parrocchiale dopo la morte del suo predecessore.

a cura di Cosimo Spinola.

Sabato 07 Dicembre 2013 13:23

Maria Immacolata

Scritto da Francky

Il Pontefice Pio IX l’8 dicembre 1854 con la Bolla Pontificia “Ineffabilis Deus” proclamava il dogma dell'Immacolata Concezione, che sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, privilegio concesso dalla potenza divina a Maria,non per i suoi meriti, ma per i meriti di Gesù Cristo che doveva essere partorito da quel grembo benedetto da Dio. Tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria, in quanto sono due questioni teologiche ben distinte, nonostante ci siano delle apparenti similitudini. Tale dogma, non espresso esplicitamente nella Sacra Scrittura, fu confermato dalla stessa Santa Vergine nel 1858 durante le sue apparizioni a Lourdes ; qui la nostra Madre Celeste, durante le apparizioni alla giovane Bernardette, contadina quattordicenne del luogo, affermò esplicitamente di essere “L’Immacolata Concezione”, dando così conferma decisiva al dogma che il Sommo Pontefice aveva solennemente dichiarato. Intensa è stata sempre la fede e la devozione, da parte dei credenti, verso Maria Immacolata e in Gallipoli questo dogma mariano è stato sempre particolarmente venerato. Nella città ionica, infatti, da sempre la Confraternita dell’Immacolata  cura e diffonde il culto verso la Vergine Immacolata, con una novena di preparazione alla memoria liturgica, che si conclude il giorno della vigilia della festività, quando ha luogo la processione con il simulacro di Maria Immacolata per le vie del centro storico  dove, durante il pellegrinaggio, le preghiere dei fedeli si intervallano con la dolce nenia della pastorale gallipolina, eseguita da alcuni musicanti; il giorno della festa liturgica, poi, che ricade l’8 Dicembre, vi è la solenne celebrazione liturgica conclusiva, che vede la partecipazione di numerosi fedeli. Come per altre ricorrenze liturgiche, anche per la festività di Maria Immacolata il popolo gallipolino è solito ricordare tale ricorrenza anche a tavola: infatti il giorno della vigilia, dopo il digiuno della mattinata, si è soliti a pranzo degustare una “puccia”, condita rigorosamente con tonno, alici e capperi, rispettando e perpetuando così antiche consuetudini marinare, mentre a cena viene generalmente riproposto il classico menù natalizio gallipolino, fatto di calde e croccanti “pittule”, rape stufate e un ottimo baccalà, preparato nei modi più svariati.

a cura di Cosimo Spinola.

Giovedì 28 Novembre 2013 17:52

Sant'Andrea

Scritto da Francky

Parrocchia della Basilica Concattedrale S. Agata V.M.

Ven.le Conf.ta S. Maria degli Angeli

- Gallipoli -

FESTIVITA' DI

S. ANDREA APOSTOLO

30 Novembre 2013

Sulle sponde del mare di Galilea il Signore vide due fratelli, Pietro e Andrea, e li chiamò:

"Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini"

(Mt 4,18-19)

Cattedrale S. Agata V. M.

29 Novembre ore 18:00: Santo Rosario

                                    Canto dei Vespri

                                    Celebrazione Eucaristica

Al termine, processione per le vie del Centro Storico accompagnata dalla tradizionale pastorale gallipolina.

30 Novembre ore 05:30: Tradizionale pastorale gallipolina per le vie del Centro Storico, con partenza dall'atrio del Palazzo Vescovile.

                      ore 07:15:   Celebrazione Eucaristica

                      ore 17:15:   Santo Rosario

                                        Canto dei Vespri

                                        Celebrazione Eucaristica                         


Andrea, fratello di Simon  Pietro e figlio di Giona,  nacque a Betsaida sulle rive del Lago omonimo nella regione della Galilea intorno al 6 AC. Assieme al fratello Pietro esercitava il mestiere di pescatore, fino a quando incontrato Gesù e affascinati dalla forza rivoluzionaria delle sue Parole, intrise di amore e di speranza per il futuro, decisero di seguirlo, diventando così suoi discepoli, fidandosi  dell’invito di quel Maestro che li chiamava a divenire "pescatore di uomini". Giovanni, nel suo Vangelo, ci ricorda come Andrea precedentemente fosse già stato discepolo di Giovanni il Battista, il quale più volte spinse Andrea a seguire Gesù,il vero Salvatore,colui che avrebbe riportato la pace in Israele e la salvezza all’umanità intera. Andrea, insieme al fratello, lasciarono i loro affetti e le loro occupazioni per seguire quell’uomo che, in cuor loro, già riconoscevano come il Messia. Da un’attenta lettura dei quattro  Vangeli canonici Andrea risulta essere tra i discepoli più vicini al Maestro, colui il quale si trova in compagnia di Gesù, insieme a Giovanni e a Giacomo, in tutti gli episodi più importanti e delicati della vita terrena del Salvatore. Dopo la Resurrezione di Cristo e la sua ascesa al Cielo, il Santo pescatore, forte della presenza dello Spirito di Dio  che ormai inondava il suo cuore, cominciò la sua opera evangelizzatrice in Asia Minore e lungo il Mar Nero, fino a giungere nel freddo territorio dell’attuale Russia. Secondo la tradizione  egli fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (Costantinopoli), la quale diocesi successivamente si svilupperà nel Patriarcato di Costantinopoli. Fonti non ufficiali affermano che Andrea sia morto martire a Patrasso, nella regione dell’Acaia, crocifisso su una croce decussata (a forma cioè di X), per volere dello stesso Santo che non voleva in nessun modo emulare il suo Maestro nel martirio. La devozione verso il Santo pescatore si diffuse rapidamente in ogni angolo della Terra, allora conosciuta, fino a giungere anche nella nostra bella città ; Gallipoli, da sempre piccolo borgo di pescatori, non poteva non amare sin da subito questo apostolo del Signore, che aveva lasciato ogni cosa per servire il Cristo, fino a donare la sua stessa vita per testimoniare al mondo intero la Parola del Vangelo, portatrice di salvezza. I pescatori gallipolini, da sempre, hanno amato e considerato quasi come un fratello il Santo dei pescatori, a lui si sono sempre rivolti durante le tempeste in mare o durante i periodi di magra del pescato, per chiedere aiuto e conforto, tanto da costruire e dedicargli una piccola Cappella sull’Isola di Sant’Andrea, che porta ancora oggi il suo nome. Inoltre è doveroso ricordare come la Confraternita di Santa Maria degli Angeli, antica corporazione che raggruppava proprio i pescatori, abbia sempre curato il culto verso il nostro Santo: e ancora oggi la Confraternita cura con grande fede  le celebrazioni liturgiche in onore di Sant’Andrea che culminano la vigilia della sua festività liturgica con la processione per le vie del Centro storico della piccola statua del Santo,accompagnata dal dolce suono della Pastorale gallipolina , e con la solenne celebrazione nel giorno della sua memoria liturgica, che ricorre il 30 di Novembre. Come da antica tradizione, infine, le famiglie gallipoline amano ricordare Andrea anche a tavola, riunendosi con parenti e amici la sera della sua Festa, degustando un’ottima frittura di pesce accompagnandolo con un buon bicchiere di vino.

a cura di Cosimo Spinola

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